Questo sito utilizza cookies. Per saperne di più: Privacy Policy

Utilizzando questo sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per revocare il consenso è sufficiente cancellare i cookies di dominio dal browser

Mobbing, bossing e straining: Tre diverse forme di persecuzione che il lavoratore può subire sul posto di lavoro

Il lavoro non è solo un mezzo di guadagno, ma costituisce un mezzo prevalentemente di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino (Cassazione, 1991, n.8835).

Questa definizione sottolinea l’importanza del lavoro in ambito realizzativo, relazionale e personale, e di conseguenza quali e quante sofferenze e frustrazioni possano causare condizioni lavorative negative.

In tale contesto si inserisce il mobbing. Il termine “mobbing” deriva dall’inglese to mob: “assalire con violenza”. Questo fenomeno si configura come l’insieme di atti, atteggiamenti o comportamenti di violenza morale o psichica, in ambito lavorativo, ripetuti nel tempo in modo sistematico e abituale, che portano a un degrado delle condizioni di lavoro, compromettendo la salute, la professionalità o la dignità del lavoratore.

L’attività discriminatoria del mobbing ha lo scopo di emarginare e/o estromettere il lavoratore dal proprio ambiente di lavoro.

Il mobbing si può fondamentalmente individuare in due forme:

-orizzontale: le vessazioni sono perpetrate da colleghi e pari grado; questa tipologia del mobbing è riscontrabile in circa il 40% dei casi.

-verticale: le vessazioni partono da un grado più alto ad uno inferiore (up-down) o viceversa (down-up); circa il 50% dei casi di mobbing è di tipo verticale.

Ci sono casi in cui è l’azienda stessa – con una strategia persecutoria che “assume i contorni di una vera e propria strategia aziendale di riduzione, ringiovanimento o razionalizzazione del personale, oppure di semplice eliminazione di una persona indesiderata” – ad essere il mobber: siamo nel caso del bossing: una politica di mobbing, compiuta dai quadri o dai dirigenti dell’azienda con lo scopo preciso di indurre il dipendente divenuto ‘scomodo’ alle dimissioni, al riparo da qualsiasi problema di tipo sindacale (Ege, 2010).

 

Per il lavoratore, che ha subito comportamenti mobbizzanti, le conseguenze sono di tre tipi: psicologico, relazionale ed economico (Ascenzi e Bergagio, 2000).

I principali sono:

-sintomi da pressione psicologica (es. mal di testa, disturbi dell’equilibrio);

-difficoltà nelle funzioni intellettuali;

-disturbi del sonno (es. insonnia, incubi);

-problemi delle funzioni gastriche e digestive (es. bruciori di stomaco, gastrite);

-dolori muscolari;

-sintomi di nervosismo (es. fitte al torace, agitazione generale);

-manifestazioni depressive (fisiche e psichiche).

Altre forme di disagio si situano a cavallo tra le più comuni situazioni di stress occupazionale e il mobbing: è il caso dello straining.

Ege (2005) definisce lo straining come “una situazione di stress forzato sul posto di lavoro, in cui la vittima subisce almeno un’azione, che ha come conseguenza un effetto negativo nell’ambiente lavorativo, azione che oltre ad essere stressante, è caratterizzata anche da una durata costante. Si tratta di una condizione di stress forzato, come nel caso del demansionamento, o da tutte quelle assunzioni che implicano uno stato di isolamento forzato”. Lo straining si differenzia dal mobbing in quanto le azioni ostili subite dalla vittima non sono oggettivamente sistematiche, ripetute e frequenti.